Me, Myself and I
(2014)

Nella primavera del 1921 vennero installate a Praga due macchine fotografiche automatiche
- una recente invenzione straniera -
che riproducevano su un unico fotogramma sei o dieci o più pose di una medesima persona.
Quando portai Kafka una di queste serie di fotografie, gli dissi allegramente:
«Per un paio di corone ci si può far fotografare da ogni angolazione.
Questo apparecchio è un Conosci-Te-Stesso meccanico».
«Dì piuttosto un Non-Conosci-Te-Stesso», disse Kafka con un sorrisetto.
Io protestai. «Cosa intendi dire? La macchina non può mentire».
«Chi te l’ha detto?» Kafka piegò la testa su una spalla.
«La fotografia concentra la nostra attenzione sulla superficie. Di conseguenza abbuia la vita nascosta che balugina attraverso i contorni delle cose come un gioco di luci e ombre. E questa non si può cogliere
neanche con il più penetrante degli obiettivi. Si può solo cercarla a tastoni…
Questa macchina automatica non moltiplica gli occhi degli uomini,
dà soltanto una visione a volo d’uccello incredibilmente semplificata»

Da Gustav Janouch, Conversazioni con Kafka

Me, Myself and I è un archivio di cinquanta fototessere realizzate dal 1990 al 2005.
Le immagini raccontano il volto di una donna ritratto attraverso l’occhio meccanico delle cabine di foto tessere. Il tempo scorre nelle differenti acconciature, montature di occhiali, accenni di abiti, muovendo la linea del tempo avanti e indietro. In alcuni fotogrammi, come fosse un film, si intravedono una bambina e un uomo. Ne affiora, nel monotono ritmo metrico, l’ossessiva ricerca di identità, come se le differenti maschere indossate negassero la stessa. Ciò che rimane è l’iscrizione del dato, privato della sua dimensione spaziale. Una linea del tempo che ci mette di fronte a una privata ossessione unita a una fotografia come scrittura automatica.

Il progetto riflette sul concetto di autoritratto meccanico come percorso di ricerca indentitaria. La fotografia offre un sistema unico di rivelazione, ci mostra la realtà come non l’abbiamo mai vista. La contrapposizione tra realtà e immagine si dissolve considerando che il realismo fotografico non è ciò che realmente esiste, ma ciò che realmente percepiamo. La fotografia è letta come atto di registrazione di dati del presente, salvati per il futuro come dati del passato. Essa stessa strappa degli estratti di flusso del tempo e li trasferisce in una diversa forma di continuità. La realtà viene imprigionata e fissata in una forma ridotta e la corrente temporale si congela in un immagine ferma, immobilizzandosi come i fotogrammi di un film.


Me, myself and I
Have just one point of view

Billy Holiday





In the spring of 1921, two automatic photographic machines, recently invented abroad, were installed in Prague, which reproduced six or ten or more exposures of the same persone on a single print.
When I took such a series of photographs to Kafka I said light-heartedly: “For a a couple of krone one can have oneself photographed from every angle. The apparatus is a mechanical Know-Thyself”.
“You mena to say, a Mistake-Thyself,” said Kafka, with a faint smile.
I protested:”What do you mean? The camera cannot lie!”.
“Who told you that?” Kafka leaned his head towards his shoulders. “Photography concentrates one’s eye on the superficial. For that reason it obscures the hidden life which glimmers through the outlines of things like a play of light and shade. One can’t catch that even with the sharpest lens. One has to grope for it by feeling. Or do you think that one can successful- ly apprehend the profound depths of this ever-returning reality, before which, through all former ages, whole legions of poets, artists, scientists and other miracle workers have stood in trembling longing and hope, by pressing the knob of a cheap machine? - I doubt it. This eyes but only gives a fantastically simplified fly’s eye view.”
Conversations with Kafka, Gustav Janouch
Me, Myself and I, is a collection of fifty passport-sized photos taken between 1990 and 2005. The pictures show the face of a woman as seen by the mechanical eye of a photo booth. The passage of time can be seen through different hair styles, spectacle frames and hints of what she is wearing, thus taking the timeline back and forth. A small girl and a man can be seen in some photos, as if it were a film. An obsessive search for identity emerges from the monotonous, measured rhythm, as if the different masks worn were denying identity itself. What remains is the recorded data, deprived of its spatial dimension. A timeline that confronts us with a private obsession and a form of photography which is automatic writing.
The project addresses the idea of a mechanical self-portrait as a journey in search of identity. Photography provides a unique system of revelation, showing us reality as we have never seen it. The boundary between reality and image is blurred, if we consider that photographic realism is not what actually exists, but what we perceive. Photography is seen as recording data of the present, saved for the future as data from the past. It takes excerpts from the flow of time and transfers them into a different kind of continuity. Reality is imprisoned and fixed in a reduced form, and the flow of time is frozen in a fixed, unmoving image, like stills from a film.

 
 
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